Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/480

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Vaticano, marchese Martens Ferao, e in giugno la bella discendente degli Sforza-Cesarini, donna Lina di Santa Fiora, si univa col giovane marchese Corsini di Lajatico. Anche a lei, figlia di una dama di corte, non mancò un ricco dono della Sovrana, che non dimentica mai di dimostrare benevolenza alle proprie dame.

La Regina in quell’anno, più ancora che in quelli precedenti, vedendo tanta miseria e tanta sfiducia nelle classi bisognose, dedicò il suo tempo alla visita dei pii istituti e non mancò a nessuna festa di beneficenza. Ella visitò l’ospedale del Bambin Gesù, l’Istituto dei Ciechi, quello degli Storpi fuori di Porta San Giovanni, quello dei Sordo-Muti, assistè alle feste data dalla Società «Soccorso e Lavoro» a Villa Borghese, e le animò con la sua presenza e con la buona grazia con cui si presta sempre nel compiacere le signore che la richiedono di un favore.

Il 14 aprile, di venerdì santo, mentre il cannone di Castel Sant’Angelo annunziava il mezzogiorno, l’on. di Rudinì usciva dal Quirinale non più Presidente del Consiglio e l’Agenzia Stefani diramava la notizia della crise avvenuta in seguito a dissensi nei Consigli dei ministri dei giorni 11, 12 e 13 sui provvedimenti finanziari da sottoporsi al Parlamento, dissensi che avevano portato alle dimissioni di tutto il Gabinetto. Il ministro Colombo aveva provocata la crise opponendosi che si ricorresse a nuove tasse per coprire il deficit del prossimo bilancio, così rimase indiscussa la quistione delle spese militari, su cui il dissenso era anche più profondo.

Durante la crise avvennero gravi attriti fra l’on. Piero Lucca, sottosegretario all’Interno, e il ministro Nicotera, così quando il 21 i ministri risolsero di rimanere al loro posto provvedendo alle Finanze, perchè l’on. Colombo si era definitivamente dimesso; al Commercio, di cui reggeva l’interim il Presidente del Consiglio, e alle Poste e Telegrafi che era vacante, l’on. Lucca e l’on. Salandra se ne andarono.

Il Ministero era una barca sfasciata, nonostante aveva fiducia di poter navigare ancora, tant’è vero che il ministro del Tesoro propose di coprire il disavanzo dei 30 milioni con la regia degli zolfanelli, con un aumento di ritenuta sulle pensioni degli impiegati, e con nuove economie su tutti i bilanci. Alle spese militari volevasi provvedere con una forte diminuzione sulle spese d’Africa riducendo il numero dei soldati, o ritirandoli addirittura, col ritardo della chiamata del contingente e con alcune economie sugli arsenali e sugli opifici militari.

E che il Ministero, benchè alla meglio ricostituito, fosse davvero sfasciato, lo provava il fatto che il Villari non voleva tornare alla Camera, e gli si facevano vive pressioni per indurlo a non annunziare le dimissioni.

Il 4 maggio l’on. Rudinì si ripresentò al banco dei Ministri e fece le solite dichiarazioni, che furono accolte glacialmente. Il dì seguente si votò su un ordine del giorno dell’on. Grimaldi, di fiducia al Gabinetto e nelle urne furono trovati 193 voti contrari e 183 favorevoli, mentre fino all’ultimo momento il Governo era stato sicuro di riportare una maggioranza di almeno 60 voti. Ma i discorsi pronunziati prima della votazione dagli on. Giolitti, Martini ed Ellena avevano staccata dal Governo la maggioranza su cui contava.

Questa volta il Gabinetto Rudinì-Nicotera era caduto davvero e non c’era mezzo di rimpastarlo. Il 7 maggio la Camera si aggiornò in seguito alla crise, e il giorno 11 la Gazzetta Ufficiale annunziava, contrariamente alle consuetudini vigenti fino a quel tempo, che il Re aveva dato formale incarico all’on. Giolitti di formare la nuova amministrazione, e la nomina di lui a presidente del Consiglio. Due o tre giorni dopo il nuovo Ministero era costituito, con l’on. Giolitti alla presidenza e all’Interno e con l’interim del Tesoro, con l’on. Brin agli Esteri, il Bonacci alla Grazia