Pagina:Eneide (Caro).djvu/103

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62 l’eneide. [270-294]

270Piú non son de la patria a legge alcuna.
Tu, se vero io ti dico, e se gran merto
Di ciò ti rendo, e te, Troia, conservo,
Conserva a me la già promessa fede.
     Nel cominciar di questa guerra, i Greci
275Riposero ogni speme, ogni fidanza
Ne l’aiuto di Palla; e ben riposte
Fur sempre, infin che l’empio Dïomede,
E l’inventor d’ogni mal’opra Ulisse,
280Il sacro tempio suo non vïolaro:
Come fer quando, ne la ròcca ascesi,
N’uccisero i custodi, e n’involaro
Il palladio fatale, osando impuri
Por le man sanguinose al sacrosanto
285Suo simulacro, e macular l'intatte
E ’ntemerate sue verginee bende.
Da indi in qua d’ardir sempre e di forze
Scemâr, non che di speme; e Palla infesta
Ne fu lor sempre; e ne diè chiari segni
290E portentosi, allor ch’al campo addotta
Fu la sua statua, che, posata a pena,
Torvamente mirògli, e lampi e fiamme
Vibrò per gli occhi, e per le membra tutte
Versò salso sudore. Indi tre volte,
295Meraviglia a contarlo! alto da terra


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