Pagina:Eneide (Caro).djvu/102

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[245-269] libro ii. 61

245E de’ miei tanti e sì gravosi affanni
Ch’indegnamente io soffro. A cotal pianto
Commossi, e da noi fatti anco pietosi,
Vita e vènia gli diamo. E di sua bocca
Comanda il re che si disferri e sciolga;
250Poi dolcemente in tal guisa gli parla:
Qual tu ti sia, de’ tuoi perduti Greci
Ti dimentica omai; chè per innanzi
Sarai de’ nostri. Or mi rispondi il vero
Di quel ch’io ti domando. A che fine hanno
255Qui sì grande edificio i Greci eretto?
Per consiglio di cui? Con qual avviso
L’han fabbricato? È voto? è magia? è macchina?
Che trama è questa? Avea ’l re detto a pena,
Quand’ei, d’inganni e d’arte greca instrutto,
260Le già disciolte mani al cielo alzando,
Disse: Voi fochi eterni e ’nviolabili,
Voi fasce ond’io portai le tempie avvinte,
Voi sacri altari, e voi cultri nefandi,
Cui fuggendo anco adoro, a quel ch’io dico
265Per testimoni invoco. A me lece ora
Ch’io mi disciolga, e mi dissacri in tutto
Da l’obbligo de’ Greci. E mi lece anco
Che non gli ami, e che gli odii, e che divolghi
Quel che da lor si cela: già ch’astretto


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