Pagina:Eneide (Caro).djvu/101

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60 l'eneide. [220-244]

220Sì ch’io fui dichiarato alfin per vittima:
Consentîr tutti, perchè tutti ancora
Finian con la mia morte il lor periglio.
     Era già da vicino il giorno orribile,
In che doveano al sacrificio offrirmi:
225E già ’l ferro e già ’l sale e già le bende
Erano a le mie tempie intorno avvolte,
Quando, rotto (io nol niego) ogni ritegno,
Da la morte mi tolsi: e fin ch’a’ venti
Desser le vele (ch’eran presti a darle)
230Di buia notte in un pantan m’ascosi,
Ove nel fango infra le scarde e i giunchi
Stava qual mi vedete. Ora son qui
Privo d’ogni conforto e d’ogni speme
Di mai più riveder la patria antica,
235I dolci figli e ’l desïato padre,
Che saran, lasso me! per la mia fuga,
Benchè innocenti, ancor forse in mia vece
Incarcerati, e tormentati, e morti.
     Or io, signor, per quelli eterni dèi
240Che scorgon di là su se ’l vero io parlo,
Per quella pura e ’ntemerata fede
(Se tra’ mortali in alcun loco è tale)
Ond’io già tutto a rivelar ti vegno,
Priegoti che pietà di me ti prenda,


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