Pagina:Eneide (Caro).djvu/106

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[345-369] libro ii. 65

345Venir si veggon parimente al lito,
Ondeggiando coi dorsi onde maggiori
De le marine allor tranquille e quete.
Dal mezzo in su fendean coi petti il mare,
E s’ergean con le teste orribilmente,
350Cinte di creste sanguinose ed irte.
Il resto con gran giri e con grand’archi
Traean divincolando, e con le code
L’acque sferzando sì che lungo tratto
Si facean suono e spuma e nebbia intorno.
355Giunti a la riva, con fieri occhi accesi
Di vivo foco e d’atro sangue aspersi,
Vibrâr le lingue, e gittâr fischi orribili.
Noi, di paura sbigottiti e smorti,
Chi qua, chi là ci dispergemmo; e gli angui
360S’affilâr drittamente a Laocoonte,
E pria di due suoi pargoletti figli
Le tenerelle membra ambo avvinchiando,
Ne si fer crudo e miserabil pasto.
Poscia a lui, ch’a’ fanciulli era con l’arme
365Giunto in aiuto, s’avventaro, e stretto
L’avvinser sì, che le scagliose terga
Con due spire nel petto e due nel collo
Gli racchiusero il fiato; e le bocche alte,
Entro al suo capo fieramente infisse,

Caro. — 5. [205-219]