Pagina:Eneide (Caro).djvu/107

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66 l’eneide. [370-394]

370Gli addentarono il teschio. Egli, com’era
D’atro sangue, di bava e di veleno
Le bende e ’l volto asperso, i tristi nodi
Disgroppar con le man tentava indarno,
E d’orribili strida il ciel feriva;
375Qual mugghia il toro allor che dagli altari
Sorge ferito, se del maglio appieno
Non cade il colpo, ed ei lo sbatte e fugge.
I fieri draghi alfin dai corpi essangui
Disviluppati, in vèr la ròcca insieme
380Strisciando e zuffolando, al sommo ascesero
E nel tempio di Palla, entro al suo scudo
Rinvolti, a’ piè di lei si raggrupparo.
Rinnovossi di ciò nel volgo orrore
E tremore e spavento; e mormorossi
385Che degnamente avea Laocoonte
Di sua temerità pagato il fio,
E del furor che contra al sacro legno
Gli armò l’impura e scelerata mano:
E gridâr tutti che di Palla al tempio
390Si conducesse, e con preghiere e voti
De la Dea si facesse il nume amico.
A ciò seguire immantinente accinti,
Ruiniamo la porta, apriam le mura,
Adattiamo al cavallo ordigni e travi,


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