Pagina:Eneide (Caro).djvu/142

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[1245-1269] libro ii. 101

1245Facean ne l’aria un tuono; e men fra loro
Era la donna mia: nè dove fosse,
Più ripensar sapendo, osai dolente
Gridar per le vie tutte; e, benchè in vano,
Mille volte iterai l’amato nome.
1250Mentre così tra furïoso e mesto
Per la città m’aggiro, e senza fine
La ricerco e la chiamo, ecco davanti
Mi si fa l’infelice simulacro
Di lei, maggior del solito. Stupii,
1255M’aggricciai, m’ammutii. Prese ella a dirmi,
E consolarmi: O mio dolce consorte,
A che sì folle affanno? A gli Dei piace
Che così segua. A te quinci non lece
Di trasportarmi. Il gran Giove mi vieta
1260Ch’io sia teco a provar gli affanni tuoi;
Chè soffrir lunghi esigli, arar gran mari
Ti converrà pria ch’al tuo seggio arrivi,
Che fia poi ne l’Esperia, ove il tirreno
Tebro con placid’onde opimi campi
1265Di bellicosa gente impingua e riga.
Ivi riposo e regno e regia moglie
Ti si prepara. Or de la tua diletta
Creusa, signor mio, più non ti doglia:
Ch’i Dolopi superbi, o i Mirmidóni


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