Pagina:Eneide (Caro).djvu/152

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[170-194] libro iii. 111

Domineranno i glorïosi Enèadi,170
E la posterità degli lor posteri.
     Ciò disse Apollo: e del suo detto féssi
Infra noi gran letizia e gran bisbiglio,
Interrogando e ricercando ognuno
Qual paese, qual madre, qual ricetto175
Ne s’accennasse. Allora il padre Anchise
Da lunge i tempi ripetendo e i casi
Dei nostri antichi eroi, Signori, udite,
Ne disse, ch’io darò lume e compenso
A le vostre speranze. È del gran Giove180
Creta quasi gran cuna in mezzo al mare
Isola chiara, e regno ampio e ferace,
Che cento gran città nodrisce e regge.
Ivi sorge un’altr’Ida, onde nomata
Fu l’Ida nostra; ond’ha seme e radice185
Nostro legnaggio: onde primieramente
Teucro, padre maggior de’ maggior nostri
(Se ben me ne rammento), errando venne,
A le spiagge di Reto, ov’egli elesse
Di fondare il suo regno. Ilio non era,190
Nè di Pergamo ancor sorgean le mura
Fino in quel tempo: e sol ne l’ime valli
Abitavan le genti. Indi a noi venne
La gran Cibele madre; indi son l’armi


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