Pagina:Eneide (Caro).djvu/203

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162 l’eneide. [295-319]

295S’era la bella Dido esser congiunta,
Chi con nodo dicea di maritaggio,
Chi di lascivo amore; e ch’ambedue,
Posti i regni in non cale, a l’ocio, al lusso,
A la lascivia bruttamente additti,
300Consumavan del verno i giorni tutti.
Queste, e cose altre assai, la sozza Dea
Per le bocche degli uomini spargendo,
Tosto in Getulia al gran Iarba pervenne;
E con parole e con punture acerbe
305Sì de l’offeso re l’animo accese,
Ch’arse d’ira e di sdegno. Era d’Ammone,
E de la Garamantide Napea,
Già rapita da lui, questo re nato,
Onde a Giove suo padre entro a’ suoi regni
310Cento gran tempii e cento pingui altari
Avea sacrati, e di continui fochi
Mantenendo agli Dei vigilie eterne,
Di vittime, di fiori e di ghirlande
Gli tenea sempre riveriti e cólti.
315Ei sì com’era afflitto e conturbato
Da l’amara novella, anzi agli altari
E fra gli Dei, le mani al cielo alzando,
Cotali, umile insieme e disdegnoso,
Porse prieghi e querele: Onnipotente


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