Pagina:Eneide (Caro).djvu/211

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170 l'eneide [495-519]

495D’un pargoletto Enea, che per le sale
Mi scherzasse d’intorno, e solo il volto,
E non altro, di te sembianza avesse;
Ch’esser non mi parrebbe abbandonata,
Nè delusa del tutto. A tai parole,
500Enea di Giove al gran precetto affisso,
Tenea il pensiero e gli occhi immoti e saldi,
E brevemente le rispose al fine:
Regina, e’ non fia mai ch’io non mi tenga
Doverti quanto forse unqua potessi
505Rimproverarmi, e non fia mai che Elisa
Non mi ricordi, infin che ricordanza
Avrò di me medesmo, e che ’l mio spirto
Reggerà queste membra. Ora in discarco
Di me dirò sol questo, che sperato,
510Nè pensato ho pur mai d’allontanarmi
Da te, come tu di’ furtivamente:
Nè d'esserti marito anco pretendo:
Ch'unqua di maritaggio, o di soggiorno
Teco non patteggiai. Se ’l mio destino
515Fosse che la mia vita, e i miei pensieri
A mia voglia reggessi, a Troia in prima
Farei ritorno: raccorrei le dolci
Sue disperse reliquie: a la mia patria
Di nuovo renderei la vita e i figli,

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