Pagina:Eneide (Caro).djvu/210

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
[470-494] libro iv 169

470Deh! per queste mie lagrime, per quello
Che tu della tua fè pegno mi désti
(Poi che a Dido infelice altro non resta
Che a sè tolto non aggia), per lo nostro
Marital nodo, per l’imprese nozze,
475Per quanti ti fei mai, se mai ti fei
Commodo o grazia alcuna, o s’alcun dolce
Avesti unqua da me, ti priego ch’abbi
Pietà del dolor mio, de la ruina
Che di ciò m’avverrebbe; e (se più luogo
480Han le preci con te) che tu del tutto
Lasci questo pensiero. Io per te sono
In odio a Libia tutta, a’ suoi tiranni,
A’ miei Tiri, a me stessa. Ho già macchiata
la pudicizia; e (quel che più mi duole)
485Ho perduta la fama, ond'io pur dianzi
sorvolava le stelle. Or come in preda
Solo a morte mi lasci, ospite mio?
Ch’ospite sol mi resta di chiamarti,
Di marito che m’eri. E perchè deggio,
490Lassa, viver io più? Per veder forse
Che ’l mio fratel Pigmalïon distrugga
Queste mie mura, o ’l tuo rivale Iarba
In servitù m’adduca? Almeno avanti
La tua partita avess’io fatto acquisto

[314-328]