Pagina:Eneide (Caro).djvu/214

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
[570-594] libro iv. 173

570I suoi compagni e i suoi navili insieme,
Ch’eran morti e dispersi; ed io l’ho messo
(Folle!) a parte con me del regno mio,
E di me stessa. Ahi da furor, da foco
Rapir mi sento! Ora il profeta Apollo,
575Or le sorti di Licia, ora un araldo,
Che dal ciel gli si manda, a gran facende
Quinci lo chiama. Un gran pensiero han certo
Di ciò gli Dei; d’un gran travaglio è questo
A lor quïete. Or va’, che per innanzi
580Più non ti tegno, e più non ti contrasto.
Va’ pur, segui l’Italia, acquista i regni
Che ti dan l’onde e i venti. Ma se i numi
Son pietosi, e se ponno, io spero ancora
Che da’ venti e da l’onde e dagli scogli
585N’avrai degno castigo; e che più volte
Chiamerai Dido, che lontana ancora
Co’ neri fuochi suoi ti fia presente:
E tosto che di morte il freddo gielo
L’anima dal mio corpo avrà disgiunta,
590Passo non moverai, che l’ombra mia
Non ti sia intorno. Avrai, crudele, avrai
Ricompensa a’ tuoi merti, e ne l’inferno
Tosto me ne verrà lieta novella.
Qui ’l suo dire interruppe; e lui per téma


[375-388]