Pagina:Eneide (Caro).djvu/318

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[795-819] libro vi. 277

Ove il sol mai non entra e buio è sempre.795
     Così tra lor parlando e rispondendo,
Avea già ’l sol del suo cerchio diurno
Varcato il mezzo, e l’avria forse intero;
Se non che la Sibilla rampognando
Così li fe del breve tempo accórti:800
     Enea, già notte fassi, e noi piangendo
Consumiam l’ore. Ecco siam giunti al loco
Dove la strada in due sentier si parte.
Questo a man dritta a la città ne porta
Del gran Plutone, e quindi ai campi Elisi;805
Quest’altro a la sinistra a l’empio abisso
Ne guida, ov’hanno i rei supplizio eterno.
     Il figlio a ciò di Prïamo soggiunse:
Non ti crucciare, o del gran Delio amica,
Ch’or da voi mi tolgo, e mi ritiro810
Ne le tenebre mie. Tu, nostro onore,
Vatten felice, già che scòrto sei
Da miglior fato; e meglio te n’avvenga.
Tanto sol disse, e sparve. Enea si volse
Prima a sinistra, e sotto un’alta rupe815
Vide un’ampia città che tre gironi
Avea di mura, ed un di fiume intorno;
Ed era il fiume il negro Flegetonte,
Ch’al Tartaro con suono e con rapina

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