Pagina:Eneide (Caro).djvu/328

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[1045-1069] libro vi. 287

1045Che di vederti e di parlarti io goda.
     Mentre così dicea, di largo pianto
Rigava il volto, e distendea le palme;
E tre volte abbracciandolo, altrettante
(Come vento stringesse o fumo o sogno)
1050Se ne tornò con le man vote al petto.
     Intanto Enea per entro a la gran valle
Vide scevra da l’altre una foresta,
I cui rami sonar da lunge udiva.
A piè di questa era di Lete il rio
1055Ch’ai dilettosi e fortunati campi
Correa davanti, e piene avea le ripe
Di genti innumerabili, ch’intorno
A caterve alïando ivano in guisa
Che fan le pecchie a’ chiari giorni estivi,
1060Quando di fiore in fior, di giglio in giglio
Si van posando, e per l’apriche piagge
Dolcemente ronzando. Enea, che nulla
Di ciò sapea, di súbito stupore
Fu sopraggiunto, e la cagion spiando:
1065O, disse, padre, che riviera è quella?
E che gente, e che mischia, e che bisbiglio?
     L’anime, gli rispose, a cui dovuti
Sono altri corpi, a questo fiume accolte
Béon dimenticanze e lunghi oblii

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