Pagina:Eneide (Caro).djvu/334

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[1195-1219] libro vi. 293

1195Quel del vecchio Saturno antico regno,
Che fe’ il Lazio sì bello e ’l mondo tutto.
Quest’oltre ai Garamanti ed oltre agl’Indi
Impererà fin dove il sole e l’anno
Non giunge, e più non va se non s’arretra;
1200Trapasserà di là dal mauro Atlante
Che con gli omeri suoi folce le stelle.
Al venir di costui, sol de la voce
Che ne danno i profeti, i caspii regni,
La meotica terra, e quanto inonda
1205Il sette volte geminato Nilo,
Tremar già veggio, e star pensoso e mesto.
Tanto del mondo il glorïoso Alcide
Non corse mai, se ben de’ Cereniti,
Di Lerna e d’Erimanto i mostri ancise:
1210Nè tanto ne domò chi domò gl’Indi,
E nel trionfo suo di viti e pampini
A le tigri di Nisa il giogo impose.
E sarà poi che ’l valor nostro manchi
Di gloria, e tu di speme e d’ardimento
1215Di far d’Ausonia il desïato acquisto?
     Ma chi fia questi che da lungi scorgo
Sì venerando, il crin cinto d’olivo,
Con quelle bende e con quei sacri arredi?
A la chioma, a la barba irta e canuta

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