Pagina:Eneide (Caro).djvu/408

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[420-444] libro viii. 367

Altri i maii ne piantaro. E di già pieno420
Di sacrato liquore il gran catino,
Tutti a mensa gioiosi s’adagiaro,
E spargendo e beendo, ai santi numi
Porser preghiere e voti. Espero intanto
Era a l’occidental lito vicino425
Già per tuffarsi, quando i sacerdoti
Un’altra volta, e ’l buon Potizio avanti
Con pelli indosso e con facelle in mano,
Com’è costume, a convivar tornaro,
E le seconde mense e l’are sante430
Di grati doni e di gran piatti empiero.
I Salii intorno ai luminosi altari
Givano in tresca, e di populea fronde
Cingean le tempie. I vecchi da l’un coro
Le prodezze cantavano e le lodi435
Del grande Alcide; i giovini da l’altro
N’atteggiavano i fatti: come prima
Fanciul da la matrigna insidïato
I due serpenti strangolasse in culla;
Come al suolo adeguasse Ecalia e Troia,440
Città famose; come superasse
Mill’altre insuperabili fatiche
Sotto al duro tiranno, e contr’ai fati
De l’empia dea. Tu sei, dicean cantando,

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