Pagina:Eneide (Caro).djvu/445

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404 l'eneide. [195-219]

È l’intento di Venere adempito,195
Che son nel Lazio. E ’ncontro ai fati loro
Son anco i miei, che tôr del Lazio io deggia,
Anzi del mondo, questi scellerati
De l’altrui donne usurpatori e drudi:
Chè non soli gli Atridi, e non sola Argo200
N’han duolo e sdegno. Oh! basta ch’una volta
Ne son periti. Sì, se lor bastasse
D’aver in ciò sol una volta errato.
Nuovo error; nuova pena. Or non aranno
Omai quest’infelici in odio affatto205
Le donne tutte, a tal di già condotti,
Che non han de la vita altra fidanza,
Che questo poco e debile steccato
Che da lor ne divide? e tanto a pena
Son lunge dal morir, quanto s’indugia210
A varcar questa fossa. In ciò riposto
Han la speme e l’ardire. O non han visto
Le mura anco di Troia, che costrutte
Fur per man di Nettuno, a terra sparse
E ’n cenere converse? Ma chi meco215
Di voi, guerrieri eletti, è che s’accinga
D’assalir queste mura e queste genti
Già di paura offese? A me lor contra
D’uopo non son nè l’armi di Volcano,

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