Pagina:Eneide (Caro).djvu/456

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[470-494] libro ix. 415

Avea d’avorio il fodro, e l’else d’oro,470
Distaccossi dal fianco, e lui ne cinse.
Memmo al tergo di Niso un tergo impose
Di villoso leone; e ’l fido Alete
Gli scambiò l’elmo. Così tosto armati
Se n’uscîr da la reggia; e i primi tutti,475
Giovini e vecchi, in vece d’onoranza
Fino a la porta con preconi e voti
Gli accompagnaro. Il giovinetto Iulo
Con viril cura e con pensier maturi
Innanzi agli anni, ragionando in mezzo480
Giva d’entrambi: ed or l’uno ed or l’altro
Molto avvertendo, molte cose a dire
Mandava al padre: le quai tutte al vento
Furon commesse, e dissipate a l’aura.
     Escono alfine. E già varcato il fosso,485
Da le notturne tenebre coverti,
Si metton per la via che gli conduce
Al campo de’ nemici, anzi a la morte.
Ma non morranno, che macello e strage
Faran di molti in prima. Ovunque vanno490
Veggion corpi di genti, che sepolti
Son dal sonno e dal vino. In carri vòti
Con ruote e briglie intorno, uomini ed otri
E tazze e scudi in un miscuglio avvolti.

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