Pagina:Eneide (Caro).djvu/548

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[20-44] libro xi. 507

Che ’l fodro avea d’avorio e l’else d’oro.20
Indi i suoi duci e le sue genti accolte,
Che liete gli gridâr vittoria intorno,
In cotal guisa a confortar si diede:
     Compagni, il più s’è fatto. A quel che resta
Nulla temete. Ecco Mezenzio è morto25
Per le mie mani, e queste che vedete,
L’opime spoglie e le primizie sono
Del superbo tiranno. Ora a le mura
Ce n’andrem di Latino. Ognuno a l’armi
S’accinga: ognun s’affidi, e si prometta30
Guerra e vittoria. In punto vi mettete,
Chè quando dagli augurii ne s’accenne
Di muover campo, e che mestier ne sia
D’inalberar l’insegne, indugio alcuno
Non c’impedisca, o ’l dubbio o la paura35
Non ci ritardi. In questo mezzo a’ morti
Diam sepoltura, e quel che lor dovuto
È sol dopo la morte, eterno onore.
Itene adunque, e quell’anime chiare
Che n’han col proprio sangue e con la vita40
Questa patria acquistata e questo impero,
D’ultimi doni ornate. E primamente
Al mesto Evandro il figlio si rimandi,
Che, di virtù maturo e d’anni acerbo,

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