Pagina:Eneide (Caro).djvu/563

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
522 l'eneide. [395-419]

De la nostra imbasciata, e la cagione,395
Onde a lui venivamo. Il tutto udito,
Così benignamente ne rispose:
     O fortunate genti, o di Saturno
Felice regno, o degli antichi Ausoni
Famosa terra! E quale iniqua sorte400
Da la vostra quïete or vi sottragge?
Qual consiglio, qual forza vi costringe
Di nemicarvi e guerreggiar con gente
Che non v’è nota? Noi quanti già fummo
Col ferro a vïolar di Troia i campi405
(Non parlo degli strazi e de le stragi
Di quei che vi rimasero, chè pieni
Ne sono i fossi e i fiumi; ma quanti anco
N’uscimmo con la vita), in ogni parte
Siam poi giti del mondo tapinando,410
Con nefandi supplicii, e con atroci
Morti pagando il fio, come d’un grave
E scellerato eccesso. E non ch’altrui,
Prïamo stesso a pietà mosso avrebbe
Il fiero, che di noi s’è fatto, scempio.415
Di Palla il sa la sfortunata stella;
Sallo il vendicator Cafáreo monte
E gli Euboïci scogli: il san di Pròteo
Le longinque colonne, insino a dove,

[250-262]