Pagina:Eneide (Caro).djvu/566

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[470-494] libro xi. 523

Furo i legati, che bisbiglio e fremito470
Infra i turbati Ausoni udissi, in guisa
Che di rapido fiume un chiuso gorgo
Mormora allor che fra gli opposti sassi
S’apre la strada, e gorgogliando cade,
E frange e rugghia, e le vicine ripe475
Ne risuonan d’intorno. Or poichè un poco
Restò ’l tumulto, e gli animi acquetârsi,
Gli Dei prima invocando, un’altra volta
Il re da l’alto seggio a dir riprese:
     Latini miei, lo mio parere e ’l meglio480
Sarebbe stato, che d’un tanto affare
Si fosse prima consultato, e fermo
Il nostro avviso; e non chiamar consiglio,
Quando il nimico in su le porte avemo.
Una importuna e perigliosa guerra485
S’è, cittadini, impresa, e per nimica
Tolta una gente, che dal ciel discesa,
Da’ celesti e da’ fati è qui mandata;
Feroce, insuperabile, indefessa,
Ne l’armi invitta, che nè vinta ancora490
Cessa dal ferro. Se speranza alcuna
Negli esterni soccorsi e ne l’aìta
Aveste degli Etòli, ora del tutto
La deponete: e sia speme a se stesso

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