Pagina:Eneide (Caro).djvu/96

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[95-119] libro ii. 55

95Se le menti eran sane, avea quel colpo
Già commossi infiniti a lacerarlo,
E del tutto a scovrir l’agguato argolico:
Ond’oggi e tu, grand’Ilio, e tu, diletta
Troia, staresti. Ma si vide intanto
100De’ pastor paesani una masnada
Venir gridando al re, ch’ivi era giunto,
E trargli avanti un giovine prigione
Ch’avea dietro le mani al tergo avvinte.
Questi era greco; e da’ suoi Greci avea
105Di salvare il destrier, d’aprir lor Troia
Assunto impresa; e per condurla, a tempo
Ascosto, a tempo a quei pastori offerto
S’era per se medesmo, in sè disposto
E fermo di due cose una a finire,
110O quest’opra, o la vita. A ciò concorso,
Per desio di vedere, il popol tutto
Dal caval si distolse, e diessi a gara
A schernire il prigione. Or ascoltate
Le malizie de’ Greci: e da quest’uno
115Conosceteli tutti. Egli nel mezzo
Così com’era a le nemiche schiere,
Turbato, inerme e di catene avvinto,
Fermossi: e poi che rimirolle intorno,
Con voce di pietà proruppe, e disse:


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