Pagina:Fantoni, Giovanni – Poesie, 1913 – BEIC 1817699.djvu/464

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458 nota


II

Due questioni, l’una connessa con l’altra, bisognava risolvere nell’accingersi a dare un’ediz. critica delle poesie di Labindo: a) quella dell’aggruppamento dei vari componimenti, b) l’altra delle date di ciascuno di essi. A tal uopo occorreva tener presente: a) le edizz. delle Odi del 1782, degli Scherzi del 1784, delle Poesie del 1792, nonché la genovese del 1800, delle quali si sa con certezza che furono dirette dal Fantoni medesimo; b) l’ediz. del nepote, i Lirici del sec. XVIII del Carducci, e, per quella poca parte della cronologia che era accettabile, l’ediz. del Solerti; c) un disegno di edizione (che poi non ebbe luogo), elaborato da Labindo circa il 18001, nel quale egli tien presente l’ediz. Giorgi, 1792, e quella di Berna, 1784, introducendo a penna mutamenti e aggiunte, e, quel che è piú, segnando sotto quasi ciascuna poesia l’anno in cui venne composta.

Posto ciò, e, incominciando dalle Odi, bisognava dividerle in quattro libri, come fecero Agostino Fantoni e il Solerti; o in tre, come nell’ediz. Silvestri di Milano; o in due, come varie edizz. curate dal medesimo autore; o in una serie di decurie, giusta il proposito enunciato dall’autore nell’edizione di Genova, 1800; o infine limitarsi a un libro unico, secondo il disegno d’ediz. avanti citato? Certo, se avessi voluto e potuto seguire un ordine strettamente cronologico (cosa impossibile, perché di alcune poesie non possediamo né data, né elementi da poterla fissare), il metodo preferibile sarebbe stato l’ultimo; e non so davvero intendere perché il Solerti, che siffatto ordine si propose di adottare, volesse poi frazionare i vari componimenti in quattro libri: divisione, che, in tal caso, resta meramente estrinseca. Di un aggruppamento per decurie non è nemmeno da parlare, tanto essa, quantunque vagheggiata per un momento da Labindo, si presenta a prima vista arbitraria. Non restava dunque se non dividere le odi in due o in

  1. È posseduto dal prof. Federigo Patetta, e fu giá pubblicato dallo Sforza, pp. 345-348. Lo ripubblico, ciò non pertanto, in appendice a questa l’iota.