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68 ercole luigi morselli

XXXIII.


LA FELICITÀ


Viaggiando per l’Africa, una volta m’infreddai.

Il mio compagno dì viaggio era una vera perla d’amico, e non poteva vedermi sternutare senza gridarmi il sacramentale «felicità» secondo il buon uso antico. Onde potete pensare quante volte l’ebbe a dire, se per otto giorni interi non mi lasciò quella memorabile infreddatura.

L’ottavo giorno appunto, il mio servo moro, mi annunziò con somma soddisfazione che in tutto il bagaglio non c’era più un fazzoletto pulito.

— E tu perchè non li hai lavati, poltrone! gli gridai.

— Come?! — mi rispose turbandosi — vuoi che io scacci la Felicità dalla tua casa?!

Figuratevi!... Al mio fantastico Zulù il grido del mio compagno era sembrato una invocazione magica: e poichè sempre seguiva a quello una mia poderosa soffiata di naso, egli s’era convinto che dal mio cranio uscisse la Felicità e intendeva di serbarla per i giorni tristi.

Io naturalmente gli feci subito lavare quel monte di fazzoletti.