Pagina:Ferrero - Angelica, 1937.djvu/22

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xviii introduzione

amici che egli attirava a sè, non potevano nè capire la prova in cui era impegnato, nè aiutarlo a superarla. Egli lottava con la tranquilla e tenace energia della sua dolcezza e benché soffrisse molto, non dimenticò mai, mentre noi eravamo quasi prigionieri all’Ulivello, di consolare ogni giorno la nostra solitudine con delle lettere affettuose e gaie. Il primo risultato di questa lotta fu il libro su Parigi.

«Paris, dernier modèle de l’Occident» non è come tanti altri libri su Parigi una lanterna magica di impressioni e di descrizioni; è un libro costruito. Suo padre e sua madre sanno che sforzo è costato, con quale minuzia è stato elaborato, attraverso quali alternative di entusiasmo e di scoraggiamento fu concepito, scritto, corretto, demolito e rifuso.

Perchè Leo si affaticò per due anni su questa prosa agile, leggera imaginosa, luminosa? Egli voleva impadronirsi della lingua, che doveva diventare lo strumento letterario del suo esilio. Voleva scoprire le cause, che hanno generato il disordine della civiltà occidentale. Voleva trovare il rimedio al male che tormentava il suo paese. Che cosa ha cercato nel disordine oceanico di Parigi, dove si può trovare ogni cosa? Il modello limitato ma preciso di un mondo ordinato, di un cosmos. Leo era un anima gentile e uno spirito geometrico, che aveva bisogno dell’ordine e che era caduto in un caos. La sua passione per S. Tomaso, che aumentava con l’età, è una manifestazione di questo bisogno d’ordine. Ma in Parigi non cercò solamente il piccolo modello del grande «cosmo»; vi cercò anche quell’equilibrio di forze contrarie garantito dalla libertà, che avrebbe dovuto sostituire un giorno, anche in Italia, il monopolio tirannico di una forza unica, destinata a perire nella sua sterile