Pagina:Ferrero - Appunti sul metodo della Divina Commedia,1940.djvu/235

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vono esistere più. Conta soltanto lo spirito dell’opera. Ma chi riesce a misurar lo spirito? Con che diritto riusciamo a dire che lo spirito della tavola bizantineggiante è... — non trovo l’aggettivo — «bello»? No: «uguale» a quello di Leonardo? Che s’intende dire per «uguale»? Siamo costretti a servirci di formule senza senso, per non adoperare l’aggettivo «bello». Infatti, lo «spirito», di cui si discorre, si rivela in forma misurabile e giudicabile, solo esprimendosi nella forma. Consideriamo qui soltanto le arti plastiche. Come si può distinguere lo spirito dell’opera dalla forma che l’esprime? Come si può dire che lo spirito è geniale e la forma imperfetta? Che differenza c’è fra anima e stile? Ma con questo sistema potremmo giudicare qualsiasi crosta (come suol dirsi) un capolavoro. Potremo, tutt’al più, asserire in certi casi, com’è quello di Giotto, che la perfezione negli elementi espressivi, ad esempio, è stata pienamente raggiunta; che però altri elementi hanno conservato la rudezza dei tempi, e che egli l’avrebbe certo affinata se fosse vissuto qualche secolo più tardi.

Ho toccato un tasto delicato. Ma voglio porre sùbito in chiaro che con questo non intendo affatto diminuire il genio di Giotto.


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