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vano[1]»; e Plinio osserva: «l’Italia non è seconda ad alcun paese per abbondanza di metalli, ma un antico precetto de’ padri, inteso al bene di questa nazione, impedì il cavarli»: Italia metallorum omnium fertilitate nullis cedit terris; sed interdictum id (cioè il cavarli) vetere consulto patrum, Italiae parci jubentium; e appresso; Italiae parcitum est, vetere interdicto patrum, ut diximus; alioquin nulla faecundior metallorum quoque erat tellus. Extat lex censuaria, quae in Vercellensi agro cavebatur ne plus quinque hominum in opere pubblicani haberent[2].
Ma checchè sia di questi primi tempi, più positive si fanno le memorie degli scavi delle nostre miniere ai tempi dei Romani; perchè (a non valutare tradizioni popolari, che pur si mantengono fra quei valligiani, e che narrano come i Romani cavassero nei loro monti gran copia di metallo sì di rame che di ferro per farne attrezzi rurali e diverse maniere di armi) abbiamo, specialmente riguardo agli scavi delle miniere di rame e al grande spaccio che a questi tempi se ne faceva, una testimonianza di gran valore in Plinio; il quale asserisce: che al suo tempo ciò non si trovava meglio che nelle parti settentrionali dell’Italia e precisamente nei monti delle valli di Bergamo: Fit aes et e lapide aeroso, quem dicunt cadmiam. Celebritas in Asia et quondam in Campania; nunc in Bergomatium agro, extrema parte Italiae[3]. Nè minori delle cave del rame si deve creder che fossero a questi tempi nei nostri monti le cave del ferro. Perocchè, essendo fuori di dubbio per la allegata autorità di Plinio che i Romani facevano e con molto successo cavare nei monti molte miniere di rame, dovettero naturalmente, pur non volendolo, esser