Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/105

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Giunti a le porte veggono la gente
addossarsi l’un l’altro per sentire
quell’unico garzone, ch’eloquente,
grave, leggiadro e singoiar, e in dire
senza gener, suggetto ed accidente,
sa molto ben proporre ed arguire:
ma quando a sé venir la madre vede,
piglia da lor congedo e a lei sen riede.
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Madonna, incontro mossa, il prende a mano
e con ragionar basso dice: — Ahi, Figlio,
perché voi feste a noi cosi? qual piano,
qual monte non cercammo? qual exiglio
a noi saria piú acerbo, che lontano
dagli occhi nostri avervi un mezzo miglio? —
Iesu risponde: — A che cercarmi tanto ?
a che co’ passi ancor gittate il pianto?
122
Non sapevate voi che ’n quelle cose
che sono del mio Padre esser mi lece?
Non tal promette Abramo, non tal Mòse,
perché mi debbia star d’un ceppo in vece!
Giá gli anni si son giti de le rose
gli anni de l’ór, c’hanno da l’uno a diece;
ho da pensar giamai nel remanente
stoltizia farmi a la futura gente. —
123
Cosi favoleggiando passo passo
al pover tetto loro se n’andáro,
dove piú giorni, mesi ed anni basso
e sottomesso a lor star ebbe a caro
fin a quel tempo che, di sopra un sasso,
in ripa del Giordano incominciáro
le orrende voci di Giovan Battista
giá farsi udir di tutto ’l mondo in vista.