Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/114

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28
Sdegnati a ta’ parole, se ne vanno
da lui mal paghi e peggio risoluti,
però che’ lor cecati cuor non hanno
capacitá piú d’animali bruti.
Cosi Dio li castiga, perché stanno
in questa lor gloria, eh ’essi arguti
sian baccalari e precettor di legge,
e pazzo e temerar chi lor corregge.
29
Pur sta Battista né timor gl’ invola
dramma di libertá per lor minacce.
La molta sua constanzia in Cristo è sola:
però non è risguardo che ’l discacce
da l’alta dignitá d’essa parola,
che non sia vera e ch’egli non l’abbracce
per quella donde l’alma può destarsi
fuor d’ignoranzia ed a virtú levarsi.
3 °
Senza cagion non parlo, ché i satrapi
di sinagoga a lui son importuni
or con le code or con le bocche d’Api
tentar se forse agli usi lor s’aduni.
Ma non è fraude alcuna ch’entre o capi
nel costui petto e macola ch’imbruni
senno si bianco e vita si perfetta,
arco di veritá, di fé saetta.
31
Non meno un strano assalto gli vien fatto
da l’altro Erode, di Giudea tetrarca,
che del fratei la moglie contra ’l patto
divino abbraccia, e ’l del di stupri carca.
Questo si lordo e abominevol atto
sente Giovanni e, sceso in picciol barca,
l’onde del mar di Galilea tragitta
e’ nanzi a lui queste parole gitta: