Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/115

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— E1 non ti lece, o tu che per oggetto
derresti aver giusticcia ed onorarla,
tener del frate tuo la moglie in letto !
I’ ti protesto che non dé’ toccarla
e, se ben tosto d’un si rio diffetto
non ti sciorrai, giá ’l mar, la terra parla
e grida contra te vendetta al cielo,
che vogliati levar da sé col telo. —
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Cosi poi ch’ebbe detto, ad Enno riede
né lui di poca tèma colmo il lascia;
non ch’esso tema Dio, ché ’n Dio non crede,
né mai ben visse da la prima fascia;
sol che Cesar il ponga giú di sede
per l’essecrabil merto, ha grave ambascia;
e scrive a Gianbattista or lusingando
ch’oltra di ciò non parli, or minacciando.
34
Il santo a lui riscrive che non debbia
odiar chi l’util suo gli mette inanti,
perche non v’ha si folta e scura nebbia
eh’ un tal delitto al Re del cielo ammanti,
e che, qualor dissopre a lui s’annebbia,
sempre tèma che ’l folgor non lo schianti,
ché pur devria nel core aver l’essempio
del pravo antecessore ingiusto ed empio.
35
Era giá ’l freddo borea divenuto
al fin di sua stagion di fronde priva;
veste la terra un manto che tessuto
di ghiaccio e neve a pena tienla viva.
Ma puoco spazio andrá che sia soluto
dal gelo il monte, il piano ed ogni riva,
ed al tornar di zefiro e suoi fiori
rinvestirassi a mille bei colori.