Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/136

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Tal ch’essi, di stupor si come insani,
dicevan l’uno a l’altro: — E donde nasce
tanto sapere? e donde tanto sani
ragionamenti? Chi è costui? chi ’l pasce,
se non d’un fabro l’operose mani?
Avemo pur di lui fin da le fasce
notizia, che mai lettra non imprese:
or quando d’idiota si alto ascese? —
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Ma perché de’ suoi gesti la virtute
nei propri men eh ’altrove usar volea,
l’han per profeta si, ma qual rifiute
la patria sua cui l ’altre preponeva.
Per tanto, acciò da quegli non s’impute
ch’esso sia parteggiano, rispondea:
— Voi mi direte: — O medico, procura
aver di te, poi degli strani, cura!
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Dinne, pregamo, qual rancor ti move
o pur s’egli è cagion di piú momento
qui non oprar fra tuoi com’opri altrove!
Né ti cal punto darne un tal contento?
a’ che parteggi tu? perché a le prove,
a segni tanti mostri un argomento
d’aver Cafarnao sol per tuo diletto
e di sprezzar tua patria Nazareno? —
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Ed io, com’uom d’ogni maliccia franco,
venuto a mondar tutti di lor scabbia,
v’annunzio ch’ad un popol di fé manco
van è far segni ed un fondare in sabbia,
perché non è, si come non fu unquanco,
patria che ’l suo profeta a grado s’abbia,
e di quel che per me da voi si chiede
dramma non trovo in voi: parlo di fede.