Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/153

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Mirate s’è bontá, figliuoli, a quella,
s’è tale amor! Vien tarda l’opra loro,
e nondimen s’attrista e si flagella
quell’animo gentile ed ha martoro
ch’indugi al bel lavor colei eh’ è bella
de l’altre piú come del fango l’oro,
dico l’alma de l’uom, che ’n ben oprare
sola si fa de l’altre singolare.
49
Venuta l’ora poi eh a la sua pace
vanno col di le cure de’ mortali,
commette al suo procurator sagace
ch’a le fatiche renda i premi eguali;
e benché alcun fu tardo, pur gli piace
che i deretan, non men che i principali,
abbian il suo danaro, acciò ch’allegri
sian per innanzi a l’opere, ncn pegri.
50
Cosi quel valentuomo al suo signore
non men fedel che caro sodisfece.
Ma degli primi un c’ha malvagio il core,
pregno d’invidia, inanti gli si fece
dicendo: — Il tuo ministro ha fatto errore,
c’ han sempre i pari suoi le man di pece.
Non sai ch’a noi né piú né meno ha dato
ch’a lor ch’una sol’ora han lavorato?
51
Questa fraude d’ un servo di famiglia
che porge al nome tuo se non incarco?
Mira che ’n ciò non s’abbia meraviglia,
parendo avaro in quel che fosti parco!
Noi, da che aperse al mondo il sol le ciglia
fin che serrolle, abbiam portato il carco;
e questo sanno i vepri, cardi e lappe
c’han provato il valor di nostre zappe.