Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/168

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


10S
Dimmi, dottor, che si ’l costui diffetto,
come die picciol sia, considri e mordi,
perché non vedi prima il tuo, che ’n petto
sempr’ hai di piú gravezza e non lo scordi?
Sfacciato che tu sei, spirto mal netto,
che’l ciel s’annebbia solo a le tue sordi!
pon’ giú la trave pria che ’n l’occhio tieni,
poscia l’altrui pagliuzza a spunger vieni!
IO9
Non giudicate, o voi, ch’avete in mano
l’áncora d’un gran legno e ’l magistero,
non giudicate in questo mondo insano
chi pecca in voi, chi vi è molesto o fiero;
non si però ch’a l’ostinato e vano
eretico infidel questo mistero
recate mai, eh’ un porger a lo sporco
cane sarebbe il pan, le gemme al porco.
HO
Questa filosofia del mio Vangelo
commonicar dovete a chi s’affronta
per impararla col desio, col zelo,
che s’ha d’intender dove a lei si monta.
Chiami pur, cerchi e batta, infin che ’l cielo
veggasi aperto de la grazia pronta
ch’avete a schiuder, ma non gli succede
se ben dir v’ode, se mal far vi vede.
111
Altro non è el dottore eli’ un bersaglio
in cui drizzan lor strali essi uditori ;
potrian piú tosto udir squilla o sonaglio
che mastro iniquo dentro e giusto fuori :
quindi d’openion nasce ’l travaglio,
a cui succedon d’ impietá gli errori,
ch’onde de’ pravi essempi escon le spine
convien che ’l volgo a male oprar s’ inchine.