Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/20

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L’alma eh’ è cittadina del ciel fatta
verso l’amata luce andar s’appresta;
ed ecco a lei si scopre lunga tratta
d’una infinita gente. Onde s’arresta;
anzi, per veder meglio, s’è ritratta
d’ un’alta pietra in cima de la testa,
ove d’umane voci e piú stromenti
ode alternar suavi e bei concenti.
21
Vien uno agli altri primo, e a man a mano
con lui chi di sue coste donna uscio:
hanno ambo duoi quel fatai pomo in mano
donde si paga in si lunghi anni il fio.
Queste le piante son del ceppo umano,
cui par non dolga il primo lor desio,
poi ch’uscir ne dovea cagion si forte
d’unirsi a l’uomo Dio, d’ancider Morte.
22
Va loro a tergo il giovenetto figlio
che fu primo pastor ch’aitar primo erse;
né pur di sangue d’agno il fe’ vermiglio,
ma ’l suo per man del rio fratello offerse.
Viengli quel Set a par, pel cui consiglio
ne la fucina di Tubai giá férse
le due colonne ov’ intagliato e scritto
l’esempio fu d’ogni arte ch’ebbe Egitto.
23
Segue chi giusto entrò l’audace impresa
di porre al mar superbo il fren di legno,
ma si ricalcitrò, che Teti offesa
sopra le cime alzò de Tonde il regno.
L’arca, ch’imago avea de l’alma Chiesa,
a ogni animai serbò da Tacque il pegno;
di tutte l’altre cose assai, non poche,
cibi fúr fatti d’orche, ceti e foche.