Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/229

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104
Mosso a pietá di quel tapino padre
l’altissimo di Dio figliuolo disse:
— Ahi ! voglie umane quanto siete ladre
d’alme ch’ai ciel son destinate e fisse!
Di che ti lagni, o padre, se a la madre
terra tornò la terra, e se rivisse
lo spirto di tua figlia, d’ogni errore
uscita a contemplare il suo Fattore?
105
Giá non è morta no, se non in quanto
la poca fede tua ti si l’ancide!
Or t’alza, e vien con meco, e lascia ’l pianto! —
E ’n questo dir con gravitá gli arride;
ond’esso, ritto in piede ed altro tanto
in la renduta speme non piú stride,
non piú parole isfoga di dolore,
ma lieto corre dietro al Salvatore.
106
E pervenendo con le turbe al tetto
che d’urli e suon di man donneschi tona,
fu con lor di dolersi anch’egli astretto
per sua natura sommamente buona.
Passa fra il pianto de la morta al letto,
cui le dogliose madri fean corona,
e seco ha scelto fuor del suo drapello
l’ardito Pietro, Giacomo e ’l fratello.
107
Stan gli altri ad aspettar fuor su le strade,
ché ’n petto a lor si serra ogni uscio e porta:
e questo per voler del savio accade,
né dirvi la cagione ancor m’importa.
Allora il largo fiume di pietade
spruzzò del suo liquor la carne morta
di quella figlia, e lei rendette in vita,
ch’a gran dolor del padre era fugita.