Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/235

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Ma ’1 padre d’ogni mal però noi prebe
lor tanto ardir, ch’ardiscan farlo ancora;
perciò che rumor grande ne la plebe
sollevar si potrebbe in poco d’ora.
Ricopron l’odio adunque, il qual non ebe,
non scema piú, eh’ è chiuso, e non vapora,
ma piglierá piú forza, qual costume
ha pressa fiamma o sostentato fiume.
9
Dicean fra loro: — E che dobbiam far noi
di cotest’uom, cui tanti segni e tanti
escon palesi, e piú n’usciran poi?
Donde le genti e popoli, ch’inanti
li costui fatti e de’ seguaci suoi,
eran ad util nostro tutti quanti,
corrongli dietro, e per Figliuol di Dio
l’han divolgato, e noi messi ’n oblio?
10
Se non si occorre con astuccia ed arte
o pur con forza, noi cadremo al fondo,
però che tutto ’l regno, non che parte,
move a seguirlo; e piú ch’egli (secondo
ch’a voglia sua dischiuder sa le carte)
si fa colui che giudicar dé’ il mondo
(né tiensi a dicer questo il dito a labro:
tant’è superbo un nato di vii faDro!),
11
dubbio non è che, di Giudea gelosi,
gli empi romani, udendo ch’esso audace
sollevator di plebe con dolosi
suoi parlamenti fassila seguace,
come schivi che sono e sospettosi,
verranno ad inquetar la nostra pace;
ond’anco converrá portiam la soma
d’ Egitto e Babilonia dentro a Roma. —