Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/237

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16
Albergo di demòn, quel corpo exangue
ha mani, bocca ed occhi, orecchie e naso,
fatt’uscio e varco a mille, non ch’un, angue
che l’han di divin tempio fatto un vaso
d’eterni guai, dove lo spirto langue
tra’ roncigli d’Alchin, di Satanaso.
Ingrato Giuda, quanto fora stato
meglio per te giamai non esser nato !
»7
Torna quel servo, e parla ch’un seguace
di quel tant’uomo eh’ è contrario loro,
voria (se d’ascoltarlo non gli spiace)
dir cose d’importanzia in consistoro.
Ciascuno in ciò si meraviglia e tace,
finché da vespe l’agitato toro
vien loro avanti e men la fronte piega
di putta vecchia e rofiana strega.
18
— S’io vi do in preda — disse — il mio Maestro,
quanto di premio n’asseguisco poi? —
In questo dir le parche in un capestro
cominciano a tramar gli stami suoi.
Al qual risposer presti: — Se ben destro,
se ben occulto fai cotesto, noi
trenta danar d’argento t’assignamo,
ch’avrai tantosto che da te l’abbiamo. —
>9
Non piú v’indugia il re de’ traditori:
esce da l’empia e lorda sinagoga;
dovunque passa le viv’erbe e fiori
col mortai tosco di sue piante affoga,
finché pervenne ove con l’ altre sori
Cloto l’aspetta e la tessuta soga
con secretezza tal gl’ impose al collo,
ch’ei non s’accorse finché diede il crollo.