Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/239

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


24
Però lesti, che senza lor schifare
ben puote sempre qual si fosse oltraggio,
vuols’anco senza lor puoter serbare,
si come quel ch’era del Padre ostaggio,
P impromesse a noi fatte su l’altare
di Mosé, e quelle ancora fatte al saggio
Abramo ed al figliolo ed al nipote,
vòlte che sian le destinate rote.
25
Eran pur fra le turbe misti alquanti
de’ sacerdoti, e non so quai d’ Erode;
ma, come arpie, ne’ colombini manti
mostran bei volti e celan brutte code.
Mandano certi sciocchi a lui davanti
per non scoprir la giá tramata frode,
ch’era di farlo a Caifa reo di legge
overo a quel’ roman che ’l fisco regge.

Vanno li sempliciotti, e pur di quelli
che dan tutto il giudiccio a creder troppo;
dicon: — Maestro, noi, per esser felli,
gimo a l’orbesca piú che di galoppo;
ma non cosi tu giacche sciogli e svelli
come dottor verace ogn’arto groppo.
Dinne, pregamo, il tuo parer, se dènsi
a Cesar dare o pur negare i censi. —
27
Risponde il sommo Ben senza pensarvi,
come chi sa le menti altrui secrete:
— A che profitto vi esce l’accordarvi
di tentar me, ipocriti che siete?
D’orgoglio magni e di consiglio parvi
voi fosti, siete e sempre mai sarete!
Costá mostrate a me qualche danaro! —
E quelli, udendo ciò, lo gli recáro.