Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/301

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56
— Non senza maggior mio tormento eterno
di questo ardor che me crucciar vedete,
odo, soldati miei, che ’l nostro inferno
tutto paventa, e voi cagion ne siete;
come se nulla il nostro gran governo
possuto avesse a romper la quiete
del cielo, e quel sentier, che lá sorgeva,
qua giú voltar con l’appetito d’Èva;
57
come se, dal prim’uomo infino al caro
nostro vasallo Giuda, le vostr’arii
oprato non avesser che riparo
nullo giamai sia stato, a quanti sparti
uomini nel gran mondo si creáro,
di non cascare in queste basse parti,
ov’altri stridon negli eterni pianti,
altri del di son privi, benché santi.
5S
Dond’ora dunque nascono ’ste indegne
vostre paure, o forti miei guerrieri?
U’ son l’arme acquistate? u’ son l’insegne?
u’ son gli antichi audaci cuori e fieri?
Si veramente un Cristo si vi spegne
il consueto ardir, gli animi altieri,
ch’un sol non sia che quinci uscir piú voglia
per lui, che d’arme e d’animo vi spoglia?
59
Concedo ch’egli sia per tór possesso,
oltra gli ebrei, di tutte l ’altre genti,
e Dio gli l’abbia (tolto a noi) concesso:
dite, son forse i nostri fuoghi spenti?
Tengasi a piene brame il cielo e appresso
la terra, il mar, ché siamone contenti :
sará giamai (noi credo) ch’uom sicuro
sia di campar dal nostro regno scuro?