Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/302

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60
Se pur costui, com’è la fama, schiude
le chiuse cotant’anni empiree porte,
se atterra i falsi dèi per gran virtude,
né valor è che ’l suo valor supporte,
non rimaran perciò le stanze nude
di voi, miei duci e baronia di Morte:
staran, come fur sempre, a l’ombre certe
le bocche piú che mai del centro aperte.
61
Anzi, se de’ peccati a l’abondanza
la grazia di quest’uomo sovrabonda,
le genti tanto piú faran mancanza
sendone ingrate, si che l’iraconda
del ciel vendetta, ch’ogni pena avanza,
lor caccerá, si come turba immonda,
del terzo cielo in questi bassi nostri
eternamente a noi fondati chiostri.
62
Non dunque avemo a dubitar che fine
sian per aver, mentre giusticcia dura,
queste magioni, u’ l’anime tapine
piangon sopposte a nostra eterna cura.
Non sia di voi chi piú a viltá s’acchine;
sará di vincer degno chi sol dura:
se sotto legge aveste gran mercede,
maggior l’avrete sotto grazia e fede.
63
Qual peggior colpa in uomo cader puote,
se poi la grazia volge a Dio le spalle?
A lui quindi fará vostr’arme note,
ché di qual tempre sian né ve’ né salle.
Itene dunque in l’aria e con gran rote
volando empiete ogni sentiero e calle,
diritto al ciel, d’intrichi, aguati, insidie,
sdegni, odi, avarizie, orgogli, invidie! —