Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/303

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Cosi parlò quel re degli empi cani,
sputando fuor le sanguinose schiume.
A ferri, a fiamme dan le adonche mani,
com’è del nigro exercito costume:
stridi, urli, rugiti e suoni strani
turban di Stige i monti ed ogni fiume:
sgombran l’inferno e fin sotto la luna
poggian le ordite squadre ad una ad una;
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serrano i passi tutti e traversate
tengon le vie, ch’alma non voli al cielo.
Ed ecco a l’ora sesta il Sol l’aurate
corna si cuopre in tenebroso velo;
piagne Natura, e tutta sua beltate
nasconde a l’uomo e col fulmineo telo
vorria l’ ingrato dismembrar; ma stassi
vedendo il Crucifisso ai lidi bassi.
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Pendea dal legno con le aperte braccia
quel divin corpo lacerato e pesto;
cade la smorta e sanguinente faccia
su l’omer dritto, e con afflitto e mesto
caduco sguardo vede chi ’l minaccia,
chi tuttavia gli è rigido e molesto,
chi l’inconsutil vesta gli divide,
chi con mordace improverar l’ancide.
67
Vede la madre in grembo a l’altre starsi
col cor piagato e d’un color di morte;
vede l’amato suo Giován ritrarsi
lontan dagli altri alquanto e piagner forte;
vede se stesso, e del suo sangue sparsi
del lido i sassi, né esser chi ’l conforte:
onde, levati gli occhi al ciel un poco,
cosi parlò con alto suono e fioco: