Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/44

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4
dove ’l furor de Tarme, incatenato
a l’aurea etá, die’ luogo a l’aurea pace.
Febo nel bianco toro in ciascun lato
del mondo imparte il bel raggio vivace;
donde rinverde il bosco, il monte, il prato,
né il dolce suon degli augelletti tace;
l’aura suave Occidental spirando
riporta i fiori e ’l ghiaccio mette in bando.
5
Sovenne a l’alto Padre onnipotente
compiuti esser giá gli anni che ’l suo Figlio
fatt’uom dé’ sciórre la perduta gente,
come di sciòrla fu tra lor consiglio
dal tempo che d’Adam l’ingordo dente
morse ’l vietato pomo, che ’n essiglio
cacciollo di miseria in questa valle;
cui dietro andavam tutti per un calle.
6
Stando di tre persone dunque un solo
eterno Dio sopremo ed infinito,
parla in se stesso e dice: — Va’, Figliolo,
va’ slegar l’uomo nostro dal Cocito:
piú assai che di soverchio il nigro stolo
de le brutt’ombre tienlo sepelito.
Ch’ei sia ricoverato al tutto intendo
col sangue tuo eh ’amaramente ispendo! —
7
E, vólto a Gabriel pien di fiamelle,
gl’impon, quant’ha che far sul punto faccia.
Quando comincian piú del sol le stelle
vagar nel ciel che le bilance caccia,
l’angel c’ha l’uso di portar novelle
al dato tempo impennasi le braccia
di be’ colori e d’una bianca stola
fregiata d’ór s’accinge e ’n terra vola.
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