Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/67

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


96
Cosi non so che genio l’ inducea
dovere a sé raccór gli sparti sensi
e rammentar che morte l’attendea
e che morir o ben o mal conviensi,
eh’ un atto di modestia via piú bea
che Roma sua, che suoi tesor immensi.
Ma nulla fa, ch’inferma conscienza
gode nel mal, né starsene vuol senza.
97
Venuta l’ora poi di snodar l’alma
(s’alma simil si dé’ dir «alma» od «ombra»),
l’ombra snodar di sua corporea salma,
oh mordace dolor che ’l cor gl’ ingombra!
Ogni sua gloria, ogni trionfo e palma,
ogn’altro ben caduco fugge e sgombra:
sol vi riman de l’opre il premio certo,
dico la morte con l’inferno aperto.
98
Non fia di lui memoria piú, ch’e’ morti
sepolto han lo suo morto a’ campi elisi,
ove quei fonti loro, ove quegli orti,
quegli uccelletti e quei lor canti e risi
spenti son oggidí, nel centro assorti,
arsi li fiumi e i be’ giardin recisi.
Ma torno a l’umil tetto, al vii presepe,
ché ’l Regnator del ciel vi giace e repe.
99
Alto silenzio e racquetata pace
tenean degli anima’ le cure spente;
ogni borgo e cita sicura tace
né augel garrir né bue muggiar si sente:
sol il pastor, non molto dal sagace
suo can discosto, svegliasi sovente,
ché ’l ladro e ’l lupo daneggiarlo ponno
sol quando il pegoraro è ’n preda al sonno.