Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/88

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52
Quell ’apparir cosi repente e grande
di tre corone e tanti orientali,
que’ fasti, quegli onor, quelle vivande
(cose che rare sono fra mortali),
quello spiar solecito in quai bande
nascer dé’ Cristo, fèr gli principali
de la cita temer che tal comedia
si scoprirebbe alfine esser tragedia.
53
Perché, s’Érode fu da tener’anni
di regnar vago (come fenne indiccio)
con impietá piú volte e con inganni,
dandone al proprio sangue amar suppliccio,
giá sperar altro non puotean che affanni
e di suo’ figli orrendo sacrificcio,
i quai senz’alcun dubbio ancideria
per spegner quel, cui non sa qual si sia.
54
Or un fra gli altri accorto, la cui moglie
il tenero figliuol del re nudriva,
fra sé dicea, mentre se stesso accoglie
in parte ove non è persona viva:
— Da quel proverbio il ver non mai si toglie:
l’acqua ritorna lá donde deriva,
i fiumi al mar, la frode al frodolente,
com’aggio a provar ciò le voglie intente.
55
Quest’empio, avar tiranno, cagion diemme
di far che nel suo laccio s’avviluppe,
tirán, che ’l ciel, non pur Gerusalemme,
non pur Giudea col guardo sol corruppe! —
Cosi parlando, tolse alcune gemme
del fanciul regio e ne l’albergo irruppe,
ove di quelle vagamente ornollo
e de la donna sua l’impose al collo.