Pagina:Foscolo, Ugo – Prose, Vol. I, 1912 – BEIC 1822978.djvu/123

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lettera xxix-xxx 117


LETTERA XXIX

23 aprile.

Non ho osato, no; non ho osato: benché il sonno, che spargea su la sua fisonomia le rose della voluttá, le tenesse chiusi quegli occhi...

Ma, quando mai la delizia, che sta tutta tutta su la sua bocca, si trasfonderá nell’anima mia e mi fará benedire una volta le lagrime che vo bevendo?

Me le sono prostrato d’innanzi, e l’ho adorata immobile, senza osare di offrirle un sospiro... Eppure...

Oh sí! una sola ciocca de’ suoi capelli!...

Poi mi sono pian piano fuggito, perché lo stropiccio dei miei passi non la destasse, e non s’accorgesse di ciò ch’io vorrei pure celare a me stesso. Ch’ella noi sappia mai!

Oh, come un suo braccio le sosteneva la testa, e l’altro pendea mollemente sopra un ginocchio!

E quella mano di rose!...

LETTERA XXX

29 aprile.

L’anima mia è così piena dell’esistenza, che appena sente di esistere. Cosí, quand’io mi desto dopo un pacifico sonno, se il raggio del sole mi riflette sugli occhi, la mia vista si abbaglia e si perde in un torrente di luce.

Da gran tempo io mi lagno dell’inerzia in cui vivo. Al riaprirsi della primavera mi proponeva di studiar la botanica; e in pochi giorni aveva raccolte alcune centinaia di piante, che adesso non so piú dove esistano. Mi sono assai volte dimenticato il mio Linneo sopra i sedili del giardino o appiè di qualche albero: l’ho finalmente perduto. Ieri Michele me ne