Pagina:Foscolo, Ugo – Prose, Vol. III, 1920 – BEIC 1824364.djvu/91

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lungo la francia e l'italia 85


ogni modo, tal accento di natura e di verità, che in un batter d’occhio disperse tutti i miei sistematici sillogismi su la Bastille. Io risaliva quasi a stento le scale, e fermandomi, per disdirmi d’ogni parola da me proferita scendendole.

— Tu puoi condirti a tua posta, o indolente servaggio! — io diceva — tu sei pur sempre un calice amaro, e, sebbene i mortali nascano di generazione in generazione a migliaia per tracannarti, tu non per tanto non sei men amaro. Te! te, o tre volte dolce e graziosa dea! te, o Libertà! invocano tutti con solenni e con domestiche supplicazioni. Te, che hai sapore gradito, e l’avrai finché natura non rinneghi se stessa; né orpello mai di parole potrà contaminare il tuo candido manto; né forza d’alchimia tramuterà in ferro il tuo scettro. Teco, e se tu gli sorridi, mentr’ei mangia il suo pane, il pastore è piú beato del suo monarca, dalla corte del quale tu se’ sbandita. Dio misericordioso! — esclamai, inginocchiandomi sul penultimo gradino salendo — dispensatore dell’universo! concedimi solamente la sanità: e lasciami per unica mia compagna quest’amabile dea! Piovano poi le tue mitre, se cosí parrà bene alla tua divina provvidenza, su quelle che si curvano di languore aspettandole. —

XLI

IL CARCERATO

PARIGI

L’uccello in gabbia mi perseguitava nella mia camera. M’assisi presso al tavolino; e, sostenendomi il capo con una mano, mi posi a rappresentarmi le miserie della prigione. L’anima contristata lasciò libero campo alla fantasia.

E principiai da tanti milioni di creature, tutte mio prossimo e tutte nate con l’unico patrimonio della schiavitú. Ma, per quanto il quadro fosse compassionevole, m’avvidi ch’io non poteva ravvicinarmelo, e che sarei sopraffatto e distratto dalla folla di que’ tristissimi gruppi.