Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/146

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140 libro secondo

     Ond’io risposi:— Volontier saprei
65quant’ella sta ancor a noi da cesso,
innanti ch’io pervenga insino a lei.—
     Ed ella a me:— A voi non è concesso
del cammin vostro di saper il quanto;
ma ella in ogni loco è molto appresso;
     70ch’ella discorre ed è veloce tanto
per questa valle, per la qual tu vai,
che in ciascun punto ell’è in ogni canto.—
     Per questo piú acuto allor mirai
e vidi lei in un caval sedere
75negro e veloce piú che nessun mai.
     Avea le guance guizze, magre e nere:
crudel la vista e sí oscura e buia,
ch’io chiusi gli occhi per non la vedere.
     E perché ogni uomo volontier s’attuia
80gli occhi per non vederla, tanto è brutta,
per ciò ella va occulta come fuia.
     — Mia— sí dicea,— mia è la gente tutta:
quanta n’è nata e nascerá al mondo,
destruggerò e l’altra ho giá destrutta.
     85Quando alcun crede star sano e giocondo,
io l’assalisco, e quanto è piú gagliardo,
piú tosto al mio voler lo mando al fondo.
     Imperatori o re non ho in riguardo;
a’ miseri, che stanno in pena acerba,
90mando mie’ morbi, ed a lor io vo tardo.
     Ciò che nasce nel mondo, a me si serba,
e che ha carne e corpo, cresce e vive:
tutto fia mio insino all’ultim’erba.—
     Di molti morti io vidi poscia quive
95sí grande strage, che rispetto a quella
nullo poeta sí grande la scrive;
     non quella che riempiè i moggi d’anella,
non quella che la peste fe’ in Egina,
né quella, della qual Lucan favella.