Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/187

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capitolo xvii 181

     Poi in un cifo ben pulito e bianco
vidi ch’e’ bebbe sangue e inebriosse
105piú che briaco, ch’io vedesse unquanco.
     In questo il mostro inver’ di noi si mosse;
e diece teste mison sette corni;
e fieramente l’un l’altro percosse.
     Quando será, o putta, che tu torni
110al primo stato, alla tua madre antica,
nel prato, ove coglievi i fiori adorni?
     Tu giá vivesti nel mondo pudica,
e Luna in cielo e ne’ boschi Diana
innanzi ch’a Pluton tu fussi amica,
     115allora quando in ogni cosa vana
davi del calcio, e quando eri tenuta
come regina e non come puttana.
     Poscia che quella donna ebbi veduta,
Minerva di quel tempio rio mi trasse
120per quella porta, ond’ella era venuta.
     E su per una via volle che andasse,
ove demòni stavan con uncini,
con reti e lacci, ch’alcun ve cascasse.
     — O dea— diss’io,— qual via vuoi che cammini?
125Or chi será colui, che quinci vada,
che in alcun d’esti lacci non ruini?—
     Ed ella a me:— Per mezzo della strada
chi va e non declina a nulla parte,
securo va che ne’ lacci non cada.
     130E, perché qui bisogna senno e arte,
il fren ti metterò; e, s’io ti meno,
non temer mai che possi illaquearte.—
     Cosí dicendo, ella mi mise un freno;
poscia mi mise nell’aspro viaggio,
135ch’era d’uncini e lacci e reti pieno.
     Quando io vi penso, ancor paura n’aggio
di que’ dimòni e di que’ lacci tesi,
ne’ quai cade ciascun che non è saggio.