Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/256

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250 libro terzo

     gridò:— Io fui da te giá conosciuto.—
Perché pe’ colpi io ben nol conoscea,
risposi:— Al mio parer, mai t’ho veduto.—
     Ed egli a me:— So’ il prence d’Alborea,
che, quando nella vita io era vivo,
105fui crudo piú che Silla ovver Medea.
     Di sangue al grande fiume io feci un rivo
sol delle genti nate in Catalogna,
’nanzi ch’io fussi della vita privo.
     Io dirò ’l vero a te e non menzogna:
110ben ventimila ne mandai al sonno,
che desterá la tromba, che non sogna.
     — Iudice mio,— diss’io— signore e donno,
di quel ch’io veggio in te e che mi dici,
gli occhi la doglia testificar ponno.
     115Io mi ricordo de’ gran benefici,
che nella vita lieta a me donasti
con quell’amor, qual è tra veri amici.
     Or che li membri tuoi veggio sí guasti,
io delle pene tue tanto mi doglio,
120che con parol non posso dir che basti.
     Ma una cosa da te saper voglio:
per mancamento di quale vertude
tu diventasti sí senza cordoglio?
     — Quella che, alzando ed abbassando, lude,
125tradimenti— rispose— e lusinghe anco
delle person del mondo, che son Iude,
     nullo stato alto lassano esser franco;
e quanto ha di timore alcuna cosa,
tanto ha d’amore e di clemenza manco.
     130E, se la Signoria non prende a sposa
la Virtú mansueta ovver Clemenza,
è a sé ed anche altrui pericolosa;
     ché, quando ira s’aggiunge alla potenza,
se la vertú benigna non raffrena,
135fa piú ruina, quant’ha piú eccellenza.