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280 libro quarto

CAPITOLO II

Della condizione del paradiso terrestre
e de' fiumi, che quindi escono.

     E poscia:— Flecte ramos, arbor alta.
— Elia e Enoc insieme alto cantâro,
come chi in coro la sua voce esalta.
     Alla lor prece l’arbore preclaro
5giú s’abbassò, ed e’ colson le fronde,
che son sí dolci, che vince ogni amaro,
     dicendo a me:— Del frutto, che nasconde
quest’arbor dentro a sé, nullo ne coglie
salvo che l’alme felici e ioconde.
     10E poi mi fên gustar di quelle foglie,
che porgono alla ’ngiú que’ santi rami,
le quai mi contentôn tutte mie voglie.
     O cupidigia, che tanto t’affami
e che quanto piú mangi e pasto hai preso,
15tanto apri piú la bocca e piú ne brami,
     se gustassi del legno al ciel disteso,
ratto faresti come san Matteo,
quando il nostro Signor egli ebbe inteso:
     che lasciò la pecunia e ’l teloneo,
20e sí gli piacque, ch’a rispetto a quello
ogni altro cibo gli era amaro e reo.—
     Quindi n’andammo in un boschetto bello,
dove Adamo fuggí e steo nascosto,
quando mangiò del cibo amaro e fello,
     25allor che non sostenne un sol fren posto,
un sol comando, il quale Dio gli diede,
ma fu ardito a romperlo sí tosto.